Riflessioni a caldo su “Imparare” di Stanislas Dehaene

di Maria G. Lo Duca

Il giorno 11 dicembre il Giscel Veneto ha organizzato un incontro, cui sono stata coinvolta anch’io, su un neuroscienziato, Stanislas Dehaene, e sul suo ultimo libro dal titolo: Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, pubblicato da Raffaello Cortina, e uscito nel 2019. Potrebbe a prima vista sembrare una iniziativa estemporanea: che cosa può avere da dire un neuroscienziato – che si occupa di cervello, neuroni, reti neurali, sinapsi – agli insegnanti, in questo caso di italiano? In realtà, chi ha letto il libro sa che un insegnante può ritrovarvi molte cose interessanti, non tanto o non solo sull’architettura del nostro cervello, dunque sulla sua morfologia, quanto sulle sue funzioni e sulle trasformazioni che subisce a partire dalla nascita e nel corso della vita. Se oggi sappiamo tante più cose su questa materia, lo dobbiamo alle tecniche di registrazione e visualizzazione dell’attività delle sinapsi, che sono i punti in cui le cellule nervose si sfiorano senza toccarsi, e che, grazie agli stimoli che ricevono e agli impulsi che trasmettono, permettono all’organismo di reagire agli stimoli immagazzinando informazioni.

Questo “immagazzinare informazioni” è ciò che Dehaene, e anche noi tutti, immagino, chiamiamo “imparare”. E, grazie alle neuroimmagini, oggi sappiamo che ogni apprendimento – ad esempio imparare a riconoscere uno stimolo negativo e a evitarlo – provoca alla lunga un cambiamento nelle reti neurali e nelle aree del cervello interessate da quello stimolo, che può essere visivo, uditivo, tattile o verbale. Questo significa che le aree del cervello interessate alla stimolazione si modificano e si espandono sulla base delle informazioni ricevute.
Mi perdonerà Dehaene per questa sintesi brutale e sicuramente molto imperfetta, ma voglio subito venire al sodo, come si usa dire in questi casi. E il sodo, per un insegnante, riguarda ovviamente lo specifico della sua professione. Ora pare che questa straordinaria plasticità del cervello raggiunga il suo “picco di sovrapproduzione sinaptica” (p. 140) – che traduco in linguaggio comune con “picco di attività cognitiva” – nella prima infanzia, che si fa terminare intorno ai dieci anni. Dopo tale data si continua certo ad imparare, ma con sforzo e non senza insuccessi: come può facilmente attestare l’esperienza comune dell’apprendimento (o forse bisognerebbe dire del mancato apprendimento) dei suoni di una lingua straniera, specie quando essi siano molto lontani da quelli della nostra lingua materna. Come dire che se le reti neurali non vengono sollecitate al momento opportuno, si perdono per sempre, o almeno si riducono drasticamente, le straordinarie potenzialità del cervello in quello specifico settore.
Credo che qualcosa di simile sia successa a me nei riguardi della matematica: non opportunamente stimolati, “i lobi parietali e prefrontali [che] ospitano un circuito neurale che rappresenta i numeri in forma approssimativa” (p. 162), e che tutti gli esseri umani possiedono fin dalla nascita come bagaglio genetico, frutto di milioni di anni di evoluzione, bene questo circuito, per quanto mi riguarda, si è fermato ad uno stadio primitivo, e senza nessuna possibilità di recupero, come io stessa ho avuto modo di constatare più volte, ahimè!
Ma allora, se è questo che accade, le responsabilità della società e della scuola sono massime soprattutto nei livelli scolastici inferiori, nella scuola materna e nella scuola primaria, perché è soprattutto in quegli anni che si giocano le partite fondamentali della vita. C’è di che sentirsi tremare le vene e i polsi! Noi dovremmo avere in quei livelli scolastici gli insegnanti più preparati, degli specialisti, nelle diverse discipline e nella didattica di ciascuna di esse, di altissimo livello, altro che il maestro o la maestra unica, che ha ricevuto (e non può essere diversamente) una spolveratina di questo e di quello… Mi chiedo perfino se un corso di laurea che forma insegnanti per la scuola primaria abbia ragione di essere, se non sarebbe molto meglio (lasciatemi sognare!) prevedere dei corsi di laurea incentrati sulle discipline – lingua italiana, letteratura (possibilmente non solo italiana), storia, matematica ecc. – con all’interno un indirizzo specificamente dedicato all’insegnamento. Naturalmente sto pensando a insegnanti ottimamente preparati nel loro specifico disciplinare e nelle pratiche di trasmissione del sapere, essendo la qualità umana generale e la disponibilità all’empatia (che pure dovrebbero possedere in massimo grado) assai poco insegnabili, secondo me.
Ma andiamo più nello specifico. Nella mia vita di studiosa mi hanno sempre affascinato due vicende in qualche modo relate: da una parte la velocità e la modalità con cui i bambini, fin da piccolissimi, acquisiscono la loro lingua materna (o anche più lingue, se sono esposti a più lingue); dall’altra la profondità delle loro osservazioni metalinguistiche, se solo qualcuno si dà la briga di ascoltarli, o di condurli volutamente su questo terreno. Ho fatto in un libro recente centinaia di esempi di osservazioni infantili, e non vorrei ripetermi. Ma almeno un esempio voglio farlo: l’esempio di Enrico, figlio della mia amica e collega Cristiana de Santis, che in II primaria, di fronte alla spiegazione della maestra che “la e lega, la è spiega” ribatte: Ma anche in ‘Enrico è bravo’ la ‘è’ lega! Come dargli torto? Enrico capisce molto bene la funzione di copula (che etimologicamente significa ‘unione’, ‘legame’) che nella frase esempio svolge la ‘è’, tra un soggetto e un suo attributo, in questo caso un suo modo di essere, una sua qualità. Dunque la formuletta non funziona, ed Enrico a 8 anni è pronto per una riflessione seria sulla è che funge da copula.
Potremmo dire altrettanto per la matematica, per le scienze naturali. Per noi che insegniamo lingua italiana, l’esempio di Enrico spiega bene quello che dà la scuola in fatto di riflessione sulla lingua – formule, definizioni – e quello che potrebbero fare i bambini della scuola primaria fin dai primi anni: potrebbero ragionare sulla lingua di cui stanno imparando, o hanno imparato da poco, la formulazione scritta, in un momento magico in cui i circuiti neurali della lettura sono massimamente sollecitati e attivi. Lo scopo, ovviamente, non è quello di farne dei piccoli linguisti o dei piccoli matematici (lo sono già): lo scopo è nutrire nel modo giusto il loro cervello in evoluzione, espanderne le possibilità, farne degli osservatori curiosi e partecipi del mondo.

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