La scuola salvata dai bambini

Benedetta Tobagi, La scuola salvata dai bambini. Viaggio nelle classi senza confini, Rizzoli, 2016

di Elena Maria Duso

Non è una professionista del mondo della scuola, né un’esperta di migrazione, tuttavia attraverso La scuola salvata dai bambini, Benedetta Tobagi riesce a dipingere meglio di tante pubblicazioni specialistiche le classi ad alta densità di stranieri. Eppure, gli “alunni con background migratorio”(p. 19) o i nuovi italiani (come preferisce definirli il Giscel) sono portatori di grande ricchezza in una società sempre più multiculturale, trasformando le classi italiane in una sorta di “Erasmus diffuso” (p. 205) e precoce, dove si impara a convivere nel rispetto e nella valorizzazione della pluralità.
Il libro, sottotitolato Viaggio nelle classi senza confini, racconta tante scuole primarie di oggi, percorrendo il Paese da nord a sud. Scompigliando un po’ le carte, l’autrice decide però di partire dal centro, ossia da Amatrice, cittadina in provincia di Rieti, “l’ombelico d’Italia” (p. 13), e a Rieti, nel Comune di Cittareale ritorna nell’ultimo capitolo, con chiusura circolare. È lì infatti, che la creazione di uno SPRAR, con l’arrivo delle famiglie migranti, ha permesso la sopravvivenza della scuola primaria locale, destinata a chiudere per mancanza di alunni nativi. La scuola salvata dai bambini del titolo (su suggestione di Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante) è quindi in origine una pluriclasse formata da una dozzina di bambini, italiani e non, di Cittareale, che poco alla volta ha ripreso vigore e si è ripopolata, perché “la scuola è come un cuore pulsante che irradia di vita i dintorni” (p. 322).
Il viaggio riparte poi dal nord, e un lungo capitolo viene dedicato a Milano, con due realtà emblematiche: da un lato, il Trotter, scuola multiculturale per eccellenza, con buon tasso di integrazione e una mescolanza equilibrata di stranieri e di nativi; dall’altro l’Istituto comprensivo del quartiere Bovisa, spaccato invece (almeno allora) in due plessi, di cui uno d’élite, riservato agli italiani, l’altro trasformato in un ghetto, ad altissima percentuale di stranieri, così come accade anche in tante altre città. Si raccontano tante scuole, belle ma difficili, situate ad Ancona, a Genova, a Padova, nel mantovano e, scendendo, a Roma, Napoli, Palermo, talvolta frequentate quasi esclusivamente da ragazzi stranieri, perché i genitori italiani della zona le evitano, preoccupati dei possibili rallentamenti nel programma. Ma il problema, sottolinea Tobagi, in zone complesse non è tanto la provenienza dei bambini, quanto la condizione socio-economica delle loro famiglie (p. 79), che non di rado appartengono alle fasce più basse della popolazione, con genitori costretti ai lavori più umili e bisognosi a loro volta di sostegno e crescita culturale.

Ma sono tanti anche i genitori migranti collaborativi e attenti alla scuola: le famiglie non autoctone le riconoscono infatti un prestigio e un valore che i nativi non le danno più, individuandola come strumento di riscatto sociale. E la scuola in effetti ha un ruolo molto importante: se da sola non può farcela a portare bambini e ragazzi a una piena integrazione, sostiene Tobagi, certamente “può fare una grossa differenza” (pp. 20-21), aiutandoli a scoprire “la propria ghianda”, il talento che è in loro (p. 85). Servono però insegnanti esperti e formati sulle metodologie glottodidattiche e pedagogiche: a questo proposito, l’autrice, nel presentare le diverse situazioni, cita disinvoltamente grandi maestri del passato (Montessori, Piaget, Freinet, don Milani, Mario Lodi, Labov…) e del presente, fornendo così ai lettori molti spunti per affrontare poi la bibliografia specialistica.

Non di rado sono proprio le scuole ad alta densità di stranieri che – grazie a dirigenti ed insegnanti lungimiranti e preparati – “diventano […] migliori per necessità. L’arrivo dei bambini stranieri è una sfida, ma salva le scuole dalla sclerosi: devono svecchiarsi, innovare, ripensare. In una parola, potenziarsi” (p. 38) offrendo nuove possibilità anche ai nativi, come corsi di lingua, laboratori di plurilinguismo, attività ricreative d’ogni tipo. Per raccontarle e per trattare le problematiche legate alla scuola, Tobagi si serve delle interviste, dando la parola non solo agli esperti del tema, come Graziella Favaro o Vicinio Ongini, ma soprattutto ad alcuni dirigenti d’eccezione e alle tante maestre e ai (purtroppo troppo) pochi maestri che si impegnano ogni giorno per fare delle classi multiculturali uno spazio di crescita ed arricchimento per tutti, in cui “ogni nuovo arrivo in classe è una potenziale miniera agli occhi degli altri” (p. 109) e “da ostacolo, la diversità diventa un tesoro, una risorsa” (ivi). Come fare però? Gli esempi sono molti, e concreti, con nomi e cognomi.
L’autrice pone una bellissima domanda: “Perché certi maestri si lasciano toccare al punto da rimettere in discussione il proprio lavoro fin dalle fondamenta?” (p. 108)? E per rispondere introduce, tra i tanti, un caso esemplare: quello della maestra Angela Maltoni (che ha uno splendido blog ricco di spunti didattici). Ne ripercorre la formazione, dall’incontro con Freinet (da cui apprende il metodo naturale per insegnare a leggere e a scrivere, l’uso del testo libero e dei giornalini di classe p. 108) alla sperimentazione di un curricolo plurilingue che la porta a vincere il premio Label europeo. Consapevole dell’importanza di avere un cervello bilingue e di conoscere prima di tutto la propria lingua madre, lavorando con metodo giocoso (drammatizzazioni, canti) ma passando poi alla conversazione e alla scrittura, Angela espone i bambini a tutte le lingue parlate in classe, aiutando a sviluppare inferenze e capacità di riflessioni metalinguistiche molto avanzate (p. 109). Nel sentirsi esposti ad una lingua che non conoscono, inoltre, bambini ed insegnanti sperimentano anche la vulnerabilità del sentirsi straniero. Tobagi ricorda le parole di Moni Ovadia “Lo straniero è per me una condizione di privilegio. Solo sentendosi straniero si può diventare umani a tutto tondo” (p. 113).

La diversità può diventare veramente una risorsa se viene trattata in modo adeguato, e con l’impegno di tutti: Tobagi non dimentica infatti come sia importante il supporto della Chiesa, delle associazioni di volontariato e delle cooperative sociali, in una feconda sinergia di pubblico e privato. Ma non cessa di ricordare come il compito di sostenere le situazioni scolastiche più critiche spetterebbe prima di tutto allo Stato, che invece non fa che tagliare i fondi, mancando di una visione complessiva e di pianificazione degli interventi; al posto di progetti straordinari e di emergenza, servono piuttosto misure ordinarie: serve “l’eccellenza del quotidiano” (p. 31).

Alle pagine amare di critica e denuncia, si alternano racconti pieni di speranza su come si possa lavorare bene, integrando i programmi e l’insegnamento linguistico (che ha bisogno del supporto di figure specifiche come i mediatori e i facilitatori appositamente formati, più che di generici insegnanti di potenziamento, p. 139, 216) con laboratori d’arte o di poesia (la bottega delle storie di Napoli, il quaderno di poesia di Padova, le biografie linguistiche di Milano e di Palermo), con cori ed orchestre ma anche con lo sport, come a Piazza Vittorio, a Roma, con la squadra di cricket, o a Palermo con le squadre di calcio che offrono ai minori non accompagnati la possibilità di sentirsi uguali a tutti gli altri. Ma non solo calcio, naturalmente: a Palermo, grazie alla lungimiranza della sociologa Mari D’agostino e della sua équipe, è nata la scuola Itastra, nella quale si incontrano nei corsi di italiano L2 i minori provenienti da zone di guerre e carestie con i ragazzi Erasmus di tutta Europa e della Cina, con straordinari (benché complessi) esempi di convivenza e contaminazione.

Se il caso di Palermo è unico, la scuola primaria in Italia è invece per eccellenza il luogo della convivenza: facile e spontanea per i bambini, più complessa per gli adulti, che però poco alla volta possono imparare a contaminarsi. Ecco perché Tobagi l’ha scelta come osservatorio privilegiato del fenomeno della migrazione nel suo complesso, con l’intenzione di offrire uno sguardo diverso, ben documentato e critico, rispetto a quello allarmistico dei media.

Concludo con le bellissime parole dell’autrice: “La speranza dei migranti è tutta nei loro bambini, per questo la scuola è così importante. Perché i bambini sono speranza incarnata” (p. 321).

Per approfondire, una bellissima intervista fatta a alla Tobagi proprio ad Itastra:

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