Hijra di Saif ur Rehman Raja, Fandango libri, 2025

Continuiamo il nostro viaggio nei libri scritti dai ragazzi di seconda generazione: Saif ur Rehman Raja è un pakistano arrivato a Belluno quando aveva 11 anni per ricongiungersi ai genitori e ai due fratellini, partiti due anni prima. Un romanzo di formazione, sospeso tra Rawalpindi, dove Saif nasce in una famiglia tradizionale che lo attendeva come un principe in quanto primo nipote maschio, e la cittadina delle Dolomiti dove dovrà rinascere, con tanta fatica. Arriva da solo: un bambino apparentemente tranquillo, ma arrabbiato dentro per l’abbandono patito, anche se lui stesso si era sacrificato a restare in Pakistan, non essendoci il visto per tutti. Accade spesso nelle famiglie dei nostri immigrati che i bambini siano lasciati nel paese o rimandati dai nonni nei momenti di difficoltà, con inevitabili costi affettivi.
Proviene da una città calda, colorata, piena di affetti, e si ritrova a Belluno, provando nei primi anni un forte senso di spaesamento:

Belluno…è una città protetta dalle montagne. L’orizzonte non esiste qui. I confini dell’oltre sono ben marcati dai monti. Sono soffocanti. Sembra che il mondo sia circoscritto.
Noi chiusi in una scatola da dove sembra difficile uscire. Bloccati in questa prigione.[…]
La peculiarità di Belluno: la pioggia. Le giornate senza la pioggia sono un lusso. […]
Perché poi i bellunesi odiano la pioggia, che li rende esseri odiosi in cerca di calore dal cielo. (p. 34)

Farà fatica ad adattarsi, a trovare il primo – e per tanti anni il solo – amico, e farà fatica ad abituarsi a usanze, temperature e sapori così diversi. Persino le spezie, che per lui e la madre sono una sorta di divinità, a Belluno sanno di poco. Eppure, Saif, un po’ alla volta, dovrà ambientarsi e trovare una propria identità, anche sessuale, dato che scopre progressivamente di essere un hijrà, parola sprezzante usata dal padre quando scopre che il figlio è omosessuale.
Se però il padre è fin dalla nascita di Saif un’assenza, un uomo lontano e incapace di comprenderlo, perso com’è nel dolore dell’emigrazione e nei fumi dell’alcol, la vera genitrice anche della rinascita è la madre, Shakeela. Una donna che, pur rimanendo fedelmente ancorata alle sue radici pakistane, che tenta di trasmettere ai figli (l’urdo, la cucina, la religione), compie assieme a Saif un importante cammino, desiderosa di spezzare quelle catene per cui – secondo tradizione – ognuno è inchiodato a un ruolo. È la sola, infatti, che asseconda Saif nelle sue passioni, percepite come femminili e punite dal padre, accogliendolo fin da bambino in cucina e istruendolo nella magia delle spezie. E poco per volta, riesce a vincere le resistenze della propria cultura e ad abbracciare anche l’omosessualità del figlio.

Tra le diverse piste di lettura del romanzo, scegliamo di seguire quella dedicata alla scuola, con il desiderio di suggerirne la lettura agli insegnanti, i quali, seguendo Saif nel suo percorso, possono capire sentimenti e difficoltà degli studenti di background migratorio più che leggendo tanti saggi .
Saif parte in preda alla nostalgia per ciò che lascia (significative le pagine 16-19, caratterizzate dall’anafora sul verbo lasciare «Io oggi, lascio tutto qui in Pakistan e parto… Lascio le mie amicizie … e le nostre abitudini. … Lascio tutto questo. … L’aereo decolla e io penso a quanto sto lasciando. Amici, luoghi, cibo. Persone, parenti, ricordi. Scuola, libro, quaderni, abitudini. Lascio la mia vita e mi dirigo verso un’esistenza diversa./ Lasciare le certezze per le incertezze. Gli affetti per l’incognito. Il cibo per la fame») e viene assalito da mille dubbi:

Oggi sono qui da solo, perso nei miei dubbi. Mi staranno pensando? Non so cosa mi aspetta. Troverò amici dove sto andando? Ci sarà qualcuno come loro? E il cibo? […] cosa si mangia lì? Come si mangia? E se i loro cibi non mi piacessero? Avranno le nostre spezie? E i miei amici, che ne sarà di loro? Si sentiranno traditi? Sentiranno la mia mancanza? Mi sostituiranno con altra gente? E in Italia cosa ci sarà? … Quali i luoghi in cui potrò proiettare i miei pensieri, i miei dubbi, le mie ansie, i miei sogni? Il posto dove sto andando mi accoglierà? Mi farà sentire suo, oppure mi chiederà di abbandonare il passato? (p. 17)

Proviene da un paese in cui era uno scolaro modello, il migliore, ma l’arrivo in una quinta primaria, dove viene catapultato senza alcun percorso di prima accoglienza, è scioccante:

Poi la maestra pronuncia qualche frase. Non la capisco. Mi sforzo, ma nulla. A me piace sentire il rumore delle lingue che non conosco. Ma ora vorrei essere un mago e, con qualche incantesimo, sapere l’italiano.
[…] La maestra legge il registro e, dopo tanti dubbi e insicurezze – ben visibili sul suo viso – tenta di pronunciare il mio nome:
“Rai-a Sa-if ur Re-man”
Non lo riconosco. La guardo dispiaciuto. Boccerei la maestra […]
“S-e-f” rispondo immediatamente.
S-e-f. Perché pronuncia Saif? Non le sto simpatico? Perché storpia il mio nome? Sono in ansia. (pp. 51-52)

I compagni lo guardano, sussurrano in silenzio, e lui si fa mille domande:

Parleranno di me? Dei miei vestiti? Della mia pettinatura? Del colore della mia pelle? Del mio odore? Vorranno essere miei amici? Aiutarmi a imparare l’italiano? Perché io lo devo imparare il più in fretta possibile. Altrimenti non potrò scrivere e non posso non farlo. è la mia valvola di sfogo. […] Io ho bisogno di imparare questa lingua. Vorrei che ci fossero i miei amici con me. Ora. Ne ho bisogno. Con loro mi sento protetto.
Qui mi sembra di essere la zebra che viene mangiata da un gruppo di leoni. […]
Mi sento in apnea e continuo a fissare la lavagna, senza capire una parola di ciò che si sta dicendo in classe. Un rumore costante, voci che alternano, toni che si alzano e si abbassano. Respiro piano perché desidero che non si accorgano di me. (p. 52)

Sono strane le maestre, qui, e lei non fa eccezione. Sembro farle pena. Non ci sto capendo nulla. È tutto confuso. Non so come interpretano i miei comportamenti. Non so nemmeno come comportarmi io. Mi sembra di aver sbattuto la testa e perso la memoria. Oppure di essere un bambino appena venuto al mondo, ma direttamente a undici anni. Buttato lì a caso. (pp. 53-54)

Fortunatamente, Saif ha il talento di saper prendersi cura delle proprie emozioni e lo fa scrivendo un diario. L’italiano è dunque fondamentale per lui e si sforzerà ad impararlo, prima le parole di base, poi l’italiano per lo studio. Uno sforzo immane:

Se studiare mi piace?

Certo. Ma trascorro interi pomeriggi a tradurre le frasi in urdu per capire i concetti fino in fondo. E poi provo ad enunciarli ad alta voce per preparami alle interrogazioni. Mi dicono che imparo a memoria. Ma non è così. Per me è ancora difficile formulare pensieri spontanei in italiano. Avete idea di quante energie mi richieda tradurre ogni pensiero, non avere le parole per esprimermi? (p. 113)

Nonostante la sua applicazione, il passaggio dalla secondaria di I grado, dove se la cava abbastanza bene, al Liceo scientifico sarà drammatico, come spessissimo accade ai ragazzi arrivati da poco: se nella scuola dell’obbligo la scelta prevalente è quella di mandare avanti tutti, nel biennio dei licei vige una logica completamente diversa. Saif, che pure considera la scrittura così importante, inizia con un 2 «spiaccicato lì senza pietà» (p. 109) nel primo tema e finisce bocciato, con 2 in italiano. 2 in pagella! Eppure, oggi, Saif è uno scrittore e lingua e stile del libro appaiono molto interessanti, nel loro ritmo sincopato, ricco di figure retoriche (anafore, domande retoriche, metafore). La sua storia – con le dovute cautele – ricorda un po’ quella di don Milani, rimandato con 3 in italiano al ginnasio di Savona. Emblematico il dialogo con il docente di italiano:

Non dovrebbe tener conto del fatto che sono in Italia da pochi anni e che l’italiano non lo mastico così bene? […] chiama tutti uno alla volta alla cattedra, per mostrare a ciascuno il proprio elaborato. Non spiega dove abbiamo sbagliato, ci guarda indicando gli errori e ci fa sentire in colpa, una colpa mostruosa. Come fossimo degli analfabeti.
“[… ] Deve leggere di più”.
“Non è quello, è che…”
“Cosa?”
“E’ che è molto difficile per me fare la parafrasi di un testo del 1700”
“Sono tutte scuse le sue, deve solo impegnarsi.” (p. 119)

Ma Saif – che allo scientifico era stato iscritto dal padre (è quasi un topos la preferenza dei genitori asiatici per lo studio delle scienze!) – dice:

Ma va bene così. L’ho voluta la bocciatura. […] è il mio primo atto di ribellione. Voglio decidere chi sono. Liceo psicopedagogico: la mia strada. (p. 119)

E con l’iscrizione al Liceo psicopedagogico inizia il riscatto: Saif diventa rappresentante degli studenti, fa nuove amicizie e si iscrive a Scienze Pedagogiche all’università di Bologna, città che fin dal primo momento lo abbraccia con il suo calore, ricordandogli Rawalpindi. Ma è una città diversa, accogliente, piena di possibilità per tutti. La città del riscatto.
Poco alla volta, un ragazzo che aveva combattuto fin dall’infanzia sentendosi diviso in due, né pakistano né italiano (bella la metafora del tennis a p. 125: «I miei due paesi sono le racchette e io la pallina. Sembrano entrambi non volermi») prende coscienza che la sua identità è proprio nell’essere la somma di parti:

Io, come molti lì fuori, sono un esperimento della Storia.
E forse — e dico forse — il futuro appartiene ai meticci, ai bastardi.
E se fosse questa la mia potenza?
Se fosse questo che mi definisce e distingue dagli altri?
E se fosse questa la mia casa che cerco da quando sono nato?
Io, somma di più parti. (pp. 203-204)

Per arrivare a concludere con un pezzo che pare rap:

Mi avete chiesto di scegliere?
Ecco la mia risposta.

Io non sono pakistano.
Io non sono italiano.
Io sono altro.
Io sono oltre.
Un ibrido.
Che ama esserlo.

La mia egira.
Prenderò le vostre purezze e le sporcherò di nuove possibilità incerte.
Io sono contaminato.
E sono in armonia. (p. 224)

Saif oggi si è laureato, ha fatto un dottorato a Siena ed è educatore di minori. C’è da augurarsi che lavori nelle scuole e che possa aiutare a crescere tanti ragazzi come lui. Ma anche il suo libro può aiutare: «Se io avessi avuto un libro a cui fare riferimento mi sarei sentito meno solo», ha detto infatti in un articolo per il Corriere della Sera .